Il futuro anteriore di Toni Negri

Quando mi è stato chiesto se volevo scrivere qualcosa su Toni Negri la prima cosa che ho pensato è stata: deve passare come minimo una settimana, se non di più, perché nei giorni immediatamente successivi la sua scomparsa è giusto che ne scriva chi ha avuto con lui un rapporto intenso, quotidiano e duraturo. Tutti gli articoli comparsi su giornali e riviste a partire dal 16 dicembre (non prendo neppure in considerazione quelli che non hanno perso occasione per riprendere la pessima definizione di “cattivo maestro”) sono, giustamente, un misto di ricordi personali, anche intimi, e condivisione di esperienze politiche, di elaborazioni teoriche e prassi quotidiana. Ne segnalo due: l’articolo di Sandro Mezzadra su Il Manifesto e su Euronomade, e quello di Massimo Cacciari su La Stampa.

 

Ciò che mi sento di scrivere oggi, a una settimana di distanza, è sul limite. Non il limite come oggetto, ma come mio posizionamento. Il limite tra interno ed esterno rispetto una data esperienza, il limite tra totale adesione e una qualche forma di distanziamento. Ancora, il limite tra l’intenso rapporto con i suoi testi e la scarsa conoscenza personale. Non è una posizione scomoda, tutt’altro. Sul limite si mettono meglio a fuoco le posizioni, è il luogo dove queste si riflettono, meglio, si raddoppiano le une nelle altre. Dove, infine, è possibile vedere con maggiore chiarezza quello che, secondo me, Toni lascia come patrimonio da mettere immediatamente al lavoro (mi correggo, da continuare a lavorare), perché è ciò che è stato alla base di una lunga, prolifica e felicissima esperienza politica totale, di potenza vitale.

Tralascio quindi le impressioni personali sulle non tante occasioni che ho avuto di incontrarlo e sui suoi testi su cui mi sono formato e passo subito al punto che più mi interessa, sia pur mosso da un certo imbarazzo e con la consapevolezza di trattare un’infinitesima parte del suo pensiero. Per chi volesse approfondire, consiglio il sito di EuroNomade.

 

Quello che Negri, e con lui tutta l’esperienza dell’operaismo, lascia a coloro che vogliano testardamente continuare a interrogare il presente in nome di un futuro di cui si definisca già da oggi il suo essere frequentabile (un futuro anteriore, dal titolo di una bella rivista di cui è stato artefice negli anni dell’esilio parigino) è un metodo.

Mi riferisco al metodo che individua nelle soggettività prodotte all’interno dei rapporti di potere l’elemento centrale dell’analisi storico-politica del capitale e delle sue articolazioni in tutto l’ambito sociale. Un’analisi che consente di definire, anche questa storicamente contestualizzata, la “composizione della classe”. In questo Negri incontra, per non lasciarlo più, Foucault. Soggettività non come mera conseguenza dell’assoggettamento all’interno di quei rapporti di potere, ma come produzione di potenza; per dirla con i termini nietzschiani usati da Deleuze, soggettività come “volontà di potenza”. Una potenza che, perché sia tale, deve eccedere il singolo o la somma di singoli, perché si dà non nel multiplo (n+1), che è dove si manifesta un “potere”, ma nella molteplicità, che, invece di aggiungere, sottrae il singolo (n-1). Qui e solo qui il “potere della conquista” si dispiega in “potenza della conquista”. Il lavoro di Negri e Hard sul concetto di moltitudine mi sembra si inserisca in questo quadro.

 

Se questo è stato il metodo che ha prodotto una teoria in cui mi riconosco, la mia adesione alla pratica che va di pari passo con questa impostazione teorica è ancor più forte. Toni (e con lui tutto l’operaismo) è stato artefice di una lunga e fondamentale attività di inchiesta. L’inchiesta operaia degli anni Sessanta segna un prima e un dopo nella prassi politica che definisce l’agire antagonista.

Marghera, Torino, Milano e le fabbriche che formavano il nuovo paesaggio metropolitano del boom economico divennero l’ambito privilegiato di un’analisi che non si accontentava più della lettura di una sinistra politica e sindacale che sembrava non cogliere il punto fondamentale delle trasformazioni in corso. Era divenuto ormai chiaro che il nuovo soggetto della produzione, l’operaio-massa della fabbrica fordista, aveva travolto le consolidate forme di rappresentazione del mondo dominanti fino al decennio precedente, centrate su valori e classificazioni che il nuovo modello sociale e produttivo, al cui interno quel soggetto si impone, aveva reso inservibili. Un modo di fare inchiesta che è proseguito nei decenni successivi.

 

L’analisi del modello postfordista e la coniazione del felice termine di “operaio sociale” e di “moltitudine produttiva” come soggetti del nuovo assetto che aveva come presupposto la forma globale del capitale e dei rapporti di potere aveva bisogno di un modello d’inchiesta che andasse ben al di là delle mura perimetrali della fabbrica. Lì, la pratica operaista ha cominciato a mettere sotto la lente d’ingrandimento un mondo che ancora oggi è, a mio modo di vedere, tutt’altro che compreso nella sua interezza, sotto molti punti di vista. Sono cambiati i punti di riferimento per dare avvio all’inchiesta, sono cambiati gli strumenti e la mappa cognitiva che era stata utile fino a non molto tempo addietro. Di ciò, il Negri “sociologo” era ben consapevole e ne ha date molte testimonianze.

 

Questo è un insegnamento che, comunque si voglia giudicare Toni Negri, credo rimarrà ancora a lungo tra chi, come io stesso, crede che solo l’inchiesta possa offrire gli strumenti adeguati a comprendere una complessità come quella attuale di cui, come allora, non siamo in grado di comprendere nulla se non mettiamo gli stivali nel fango. Solo stando lì, cercando di capire come lo sfruttamento della forza lavoro basato ieri sul tempo della fabbrica assume oggi il tratto dell’estrattivismo dai corpi nel tempo della vita sarà possibile capire anche come un’inchiesta può diventare attivista, quali strumenti dobbiamo mettere in gioco e quali toglierci dai piedi.

 

Così facendo saremo in grado di cogliere a pieno e valorizzare la potenza che ci ha lasciato uno dei maggiori intellettuali militanti del Novecento.

 

Articolo pubblicato originariamente su GoodMorningGenova

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